Scoprire di abitare
a pochi chilometri dal luogo della scoperta di uno dei più importanti
esemplari dell'Archeologia Proibita italiana è stata una
sorpresa inaspettata per il sottoscritto, appassionato sostenitore del
lavoro di Michael Cremo.
Si tratta del cosiddetto
Antropoide
di Savona (cap.7, par. "Lo scheletro di Savona"), o almeno questo
è il nome con cui lo aveva battezzato il geologo
Arturo Issel
(1842-1922), professore dell'Università di Genova, autore di numerose
ricerche sulla geomorfologia e paleontologia dell'area mediterranea. Diverse
fonti conservate nella Biblioteca Comunale e alla Società Savonese
di Storia Patria hanno consentito di ricostruire in maniera più
completa una storia interessante, che rappresenta il prototipo delle scoperte
anomale del secolo scorso. Ma procediamo con ordine.
Nel 1852, nel centro
di Savona, in Vico del Vento, si procedette ad un ampio sbancamento per
la costruzione delle fondamenta della Chiesa delle Suore della Misericordia.
Alla profondità di circa 3 metri, dove lo scavo aveva raggiunto
il livello della marna pliocenica, gli operai incontrarono un teschio umano.
La marna è una roccia sedimentaria di natura mista calcarea e argillosa,
di media consistenza, a seconda del contenuto d'acqua. Su tutta la riviera
ligure i sedimenti pliocenici costituiscono la testimonianza dell'antico
livello del mare che, nel periodo compreso tra 2 e 5 milioni di anni fa,
si spingeva oltre 100 metri sopra a quello attuale (il luogo del
ritrovamento si trova a 15 s.l.m.).
Procedendo nello
scavo affiorò uno scheletro completo impigliato nella marna,
quasi a ridosso della roccia denominata "lo Sperone", in posizione supina,
con le braccia protese in avanti e la testa inclinata più in basso
delle spalle. Intorno ad esso si trovarono pezzetti di carbone e molte
ostriche e conchiglie fossili. Dato il contesto del ritrovamento, durante
l'estrazione molte parti dello scheletro si frantumarono, mentre, grazie
all'interessamento di uno scultore presente sul cantiere, venne salvato
il tronco e diverse piccole ossa della testa e degli arti.
VILLA PALLAVICINI
FRAMMENTO DI MANDIBOLARE SUPERIORE SINISTRO |
Infatti già
l'anno dopo, nel 1868, in una comunicazione fatta alla Società Italiana
di Scienze Naturali, Issel sottolinea l'osservazione di Broca per dare
maggior credito all'antichità del suo fossile.
Al successivo Congresso
archeologico di Bologna del 1872, Don Perrando interviene a sostegno del
professore genovese, sperando di rassicurare i presenti sulle effettive
modalità del ritrovamento. Le sue osservazioni, più altre
ripetute da Issel in diverse occasioni, sono valide ancora oggi per valutare
l'antichità dello scheletro.
2.
Nella zona della scoperta non vi erano fratture che permettessero
ad oggetti superficiali di infiltrarsi in profondità, né
segni di frane o di rimaneggiamenti artificiali. Se ci fossero stati, persino
gli operai digiuni di geologia avrebbero potuto accorgersene, dato che
in quel sito la marna grigia è coperta da uno strato di terreno
ghiaioso giallastro che, mischiandosi con il sottostante, avrebbe lasciato
una traccia di colore più chiaro. In caso di frane o movimenti di
strati che avessero trasportato in profondità un corpo sepolto in
superficie, sarebbe stato molto più probabile trovare ossa sparse.
3.
Il grado di compattezza e la stratificazione della marna
tutt'intorno e all'interno dello scheletro non sembrano compatibili con
una sepoltura recente. Sull'assenza di vuoti nel terreno i testimoni oculari
della scoperta sono concordi. In caso contrario bisognerebbe ammettere
che il terreno con cui si è scavata e ricoperta la fossa si sia
riconsolidato, nel giro di pochi secoli, in un modo tale da penetrare nelle
cavità midollari. Quel tipo di riempimento può essersi verificato
solo quando il sedimento fine era ancora sciolto e dopo che tutte le parti
molli del corpo erano state completamente degradate.
1.
L'eccessiva profondità a cui giaceva lo scheletro (3 m) e
la sua posizione inclinata e distesa sono illogiche per una sepoltura
recente (si intende di epoca romana o addirittura medievale NOTA
1). Il fatto di averlo trovato intatto è perfettamente
compatibile con l'ipotesi che il corpo di un uomo annegato si sia stato
depositato e seppellito in un estuario dalle acque tranquille e poco profonde,
come doveva essere il mare del pliocene in quella zona (in base all'obiezione
di De Mortillet allora nessun fossile di animale marino dovrebbe conservarsi
fino ai giorni nostri).
Proseguendo nella
lettura di libri della seconda metà dell'800, si apprende che, proprio
in quegli anni, gli antropologi e i geologi discutevano apertamente sull'ipotesi
che gli antenati dell'uomo fossero vissuti nell'era Quaternaria o in quella
Terziaria, senza conoscere l'età assoluta di questi periodi. La
distinzione stratigrafica fondamentale tra le
Ere geologiche risale a Charles Lyell (1835), il padre della geologia
moderna, ed è in larga parte valida ancora oggi; l'attribuzione
dell'età in milioni di anni sarà possibile nel secolo successivo
grazie alle datazioni radiometriche NOTA
2. Quindi, in una certa misura,
in quell'epoca, è ancora tutto possibile: si sa che l'ominazione
deve aver seguito una scala progressiva, ma non si sa ancora in quale epoca
geologica inizia e in quale finisce.
John Lubbock
(1834-1913), naturalista e antropologo, convintissimo fautore del darwinismo,
nella sua enciclopedica opera del 1875 "Prehistoric Times", dedica
un capitolo all'antichità dell'uomo. L'autore discute di alcune
scoperte francesi e italiane che ritroveremo poi in Archeologia proibita:
segni di lavorazione umana su ossa di animali pliocenici a Saint-Prest
(Desnoyers-1864) e in Val d'Arno (Ramorino-1866), selci affilate da sedimenti
miocenici a Thenay (Bourgeois-1867) e ad Aurillac (Tardy-1870). Argomenta
che, nonostante le diverse opinioni di molti archeologi, le prove della
presenza umana nel Terziario siano «assai concludenti». Ci
fa sapere inoltre che Sir Charles Lyell riteneva di tracciare una netta
linea di demarcazione tra l'epoca miocenica (in
cui non si erano trovati segni "frequenti" della presenza umana) e quella
pliocenica (nella quale invece era "logico" aspettarsi di trovarli). Lubbock
ribatte addirittura all'opinione dell'esimio maestro con le stesse argomentazioni
usate da
Charles Darwin, «l'imperfezione degli archivi geologici
NOTA 3», facendo
cioè capire che i pochi reperti del Terziario sono appena la punta
dell'iceberg di quello che si riuscirà a trovare in futuro. Fa poi
un'affermazione sorprendente: «se l'uomo costituisce una famiglia
separata di mammiferi, allora, secondo tutte le analogie paleontologiche,
egli deve essere rappresentato nell'età miocenica». Auspica
infine che le future ricerche sull'uomo antico siano condotte nelle regioni
tropicali, dove vivono le scimmie antropomorfe.
CLAVICOLA SINISTRA |
In
un breve paragrafo Lubbock espone il nucleo di discussioni teoriche capitali
che hanno coinvolto la generazione di studiosi della seconda metà
dell'800. I darwinisti dell'epoca non si aspettano di trovare gli antenati
dell'uomo in Europa, ma piuttosto in Asia e in Africa, i luoghi delle controverse
NOTA 4 scoperte di Eugéne
Dubois (Homo Erectus) e Robert Broom (Australopithecus),
che all'inizio del '900 avranno cancellato la memoria di tutti gli altri
reperti. Eppure, proprio uno dei campioni del Darwinismo ottocentesco era
già giunto alle logiche conclusioni. Gli antropologi moderni giudicano
queste asserzioni del passato degli errori dovuti alla carenza di dati,
ormai superate dal livello di conoscenza oggi raggiunto sui fossili di
ominidi e primati. Al contrario, come i lettori di Nexus sanno, la "chiarezza"
nell'albero genealogico dell'uomo, è stata raggiunta al prezzo
di scartare centinaia di reperti innominabili, la cui autenticità
non è mai stata confutata dai contemporanei e della cui esistenza
i posteri nemmeno sono a conoscenza.
In "L'Uomo preistorico
in Italia", appendice del suddetto "Tempi preistorici", Issel
denuncia l'intolleranza e la scorrettezza delle critiche che gli venivano
rivolte: in un libro di geologia si affermava che i resti umani di Savona
furono dati per terziari per il solo gusto di contraddire le credenze religiose
(la bassezza di certe accuse assomiglia molto allo stile forsennato con
cui certi personaggi e comitati odierni si scagliano contro i ricercatori
non ortodossi). Questo è ancor più paradossale se si pensa
che l'incontrastato successo che la teoria dell'evoluzione ebbe, dopo un
primo momento di incredulità, è in larga parte dovuto all'interpretazione
completamente materialista della natura, che faceva piazza pulita del concetto
di finalismo nell'adattamento delle specie e dell'ingerenza della religione
nel campo della scienza.
Ripensando all'uso
di termini come "antidiluviano", usato ad esempio nell'anzidetta relazione
di Don Perrando, ci si accorge che nella mente di molti uomini di scienza
di allora la consuetudine a pensare nei termini espressi dalla Bibbia era
ancora forte. E' naturale che scienziati credenti non vedessero di buon
occhio le prove di un'umanità troppo antica (Dio ha creato l'uomo
per ultimo nella scala progressiva degli esseri viventi). Al contrario,
studiosi materialisti non avevano nessun preconcetto nell'accogliere
i reperti del Terziario ed è sorprendente constatare come, in quel
lasso di tempo in cui ancora non si era consolidata la teoria tutt'oggi
in voga, l'Uomo del Pliocene poteva essere difeso proprio dai primi discepoli
di Darwin. Oggi la posizione è diametralmente ribaltata: darwinismo
NOTA
5 è sinonimo di evoluzione progressiva che è
culminata nell'Homo Sapiens recente, mentre chi non si conforma
al dettame è generalmente accusato di essere un creazionista oscurantista.
Quindici anni dopo
Issel entra da protagonista nelle vicende di Castenedolo (BS), il luogo
del ritrovamento del più importante scheletro anomalo italiano NOTA
6. Nel 1860 e nel 1880 il geologo Giuseppe Ragazzoni
aveva dissotterrato diversi scheletri umani moderni (uno intero e molti
frammenti) nelle argille plioceniche. Nonostante l'incontestabile posizione
stratigrafica e il fatto che le ossa fossero ricoperte di conchiglie e
coralli, l'autore della scoperta, che pure era un esperto, aveva incontrato
le stesse difficoltà di Issel. Così, quando nel 1889 affiorarono
ancora resti umani da scavi in zona, Ragazzoni convocò una squadra
di colleghi per ricostruire dettagliatamente la geologia dell'area e documentare
la scoperta senza possibilità di equivoci. Purtroppo il terzo scheletro
era veramente una sepoltura recente e, ironia della sorte, toccò
proprio a Issel metterlo per iscritto nella sua relazione geologica. Questo
bastò a far dimenticare l'importanza delle altre due scoperte e
da quel momento la recensione di Issel servì a screditare Ragazzoni,
ben oltre le intenzioni del genovese (di nuovo, questo ci ricorda il gioco
scorretto delle citazioni usato per screditare promettenti scoperte, esempio
recente: il geologo Robert Schoch sulle strutture subacquee del
Giappone).
FRAMMENTO DI PERONE |
E' curioso notare
che l'antropologo Armand De Quatrefages si pronunciò nettamente
a favore dell'antichità dello scheletro di Castenedolo, affermando
che le obiezioni ai ritrovamenti umani pliocenici erano basate esclusivamente
sul pregiudizio. Costui è la stessa persona che, tra i primi, aveva
messo in dubbio l'autenticità dell'uomo di Savona nel 1867. Ancora
più strana è la posizione dello studioso di preistoria Gabriel
De Mortillet, il quale si convinse, con i paleoliti di Thenay, che l'uomo
fosse vissuto nel miocene; eppure negli stessi anni affermò che
i segni sulle ossa spezzate degli animali pliocenici di Saint-Prest erano
prodotti da forze naturali ed espresse sempre opinioni negative su entrambi
gli scheletri italiani. Sarebbe necessaria un ricerca bibliografica molto
più ampia di quella qui esposta per chiarire l'evoluzione del pensiero
di questi professori: è evidente però che inimicizie e gelosie
personali (le stesse a cui si assiste anche oggi) non hanno consentito
agli studiosi tra gli anni '60 e '80 del XIX secolo di fare chiarezza su
queste fondamentali scoperte.
Probabilmente anche
Issel in quel periodo si convinse che non era "logico" aspettarsi uomini
anatomicamente moderni in un passato così remoto, e il risultato
lo leggiamo con la pubblicazione di "Liguria preistorica" nel 1908.
Qui, riprendendo l'esame osteologico dei frammenti di Savona, sottolineando
il prognatismo delle ossa facciali e le piccole dimensioni delle ossa lunghe,
se confrontate con quelle omologhe di un individuo ligure moderno maschio
(comparazione statisticamente povera, falsata dalla variabilità
anatomica della specie) decise di non annoverare più il fossile
nella specie umana, ma di designarlo provvisoriamente con il termine di
"antropoide". Con questo Issel intendeva suggerire un termine della
serie biologica non ben definito, dando prova perlomeno di un certo equilibrio
professionale, in un frangente in cui altri suoi contemporanei e successori
(anche dilettanti) battezzavano generosamente nuovi generi di ominidi in
continuazione, basandosi su frammenti di calotta cranica (basti pensare
a Davidson Black che nel 1927 introdusse una nuova specie, il Sinanthropus
pekinensis dopo aver trovato qualche dente sparso in una caverna vicino
a Pechino).
Pur con questa nuova
collocazione l'Antropoide passò inosservato per tutto il XX secolo
e non suscitò più l'interesse dei ricercatori. Sembrava quasi
che se ne fossero perse le tracce, almeno fino ad oggi. Infatti proprio
in questi mesi è stato ultimato, ed è in procinto di pubblicazione,
uno studio morfologico sulle controverse ossa. L'antropologo dell'Università
di Pisa prof. Francesco Mallegni ed Emiliano Carnieri hanno
esaminato i resti e hanno concluso che si tratta senza ombra di dubbio
di ossa di un uomo anatomicamente moderno. Questo dimostra il clamoroso
errore di Issel e scredita l'intera vicenda agli occhi di ogni archeologo
moderno che non conosca i retroscena dei fatti e che, educato nell'inossidabile
ottica evoluzionista, conclude inevitabilmente che quello era una uomo
sepolto in epoca storica.
Attualmente non ho
potuto ancora prendere visione dei reperti, conservati, come si diceva,
al Museo Archeologico di Pegli, ma si può constatare una certa difficoltà
nell'affrontare datazioni alternative. Ho recentemente interpellato sulla
questione, un professore di geoarcheologia dell'Università di Genova, il quale sostiene che sia molto difficile
giudicare l'antichità dei reperti solamente dalla compattezza della
marna cementata nelle cavità ossee, e che di solito per reperti
umani ci si affida alla morfologia. Anzi, oggi la morfologia anatomica
basta a togliere ogni dubbio circa l'età del reperto. Nonostante
ciò sono convinto che, facendo convergere sufficienti competenze,
sarebbe possibile raccogliere dati geotecnici sul comportamento della marna
pliocenica caratteristica del savonese, e stimare se il rammollimento e
la successiva ricompattazione in un periodo di 2000 anni al massimo è
compatibile con quello che si riscontra sui reperti in esame.
FEMORE SINISTRO |
Non potendo giudicare
dai sedimenti eventualmente contenuti nelle cavità ossee, non rimane
che tentare con un metodo ai radioisotopi. Ma innanzitutto bisogna giustificare
lo scopo di un'indagine di questo tipo presso l'autorità competente,
e la richiesta di una conferma all'età presunta di 3-5 milioni di
anni per un uomo moderno non è esattamente quello che vorrebbero
sentire gli archeologi. Poi il radiocarbonio C14, generalmente usato per
il materiale umano, risulterebbe inadeguato in questo caso, sia perché
può arrivare correttamente fino a stime di circa 70000 anni al massimo,
sia perché un campione organico dopo 150 anni di esposizione all'atmosfera
può fornire datazioni molto più recenti. Più utile
sarebbe il metodo della serie di Uranio o del Potassio-Argo, ma
per procedere è necessario distruggere alcune parti del già
frammentario scheletro (peraltro sacrificabili se l'uomo fosse effettivamente
recente). In ultimo nessun istituto di ricerca sarebbe interessato a pagare
per far effettuare un esame del genere ad un laboratorio.
Spero di riuscire,
in tempi ragionevoli, a coinvolgere positivamente qualche esperto e fornirvi
nuovi aggiornamenti sul controverso Uomo di Savona.
1.
E' giusto ricordare che nella fortezza del Priamar di Savona si trovano
delle sepolture di epoca romana e pre-romana
scavate in roccia ben più compatta della marna, ma comunque a profondità
ragionevoli e ben riconoscibili come funerarie.
2. Con
le dovute approssimazioni, secondo le datazioni moderne l'Era Quaternaria (suddivisa
nelle epoche Pleistocene e Olocene) risale fino a circa 2 milioni di anni
fa. All'Era Terziaria, o Cenozoica (da 65 a 2 milioni di anni fa), appartengono
le epoche Miocene (25-5 milioni di anni) e Pliocene (5-2 milioni di anni).
3. Darwin,
trovandosi in difficoltà nel fornire prove paleontologiche dell'evoluzione
delle specie, invocò a giustificazione
l'incompletezza del repertorio fossile. I problemi furono ancora maggiori
con "L'origine dell'Uomo" (1871) nel tentativo di delineare una
plausibile discendenza per la razza umana. Secondo lui tali lacune sarebbero
state colmate dalle scoperte delle successive generazioni di studiosi.
4. I
primi frammenti di ossa del Pithecanthropus di Giava, il futuro anello
mancante, furono ritrovati da squadre di detenuti ai lavori forzati, senza
alcuna documentazione degli scavi. I resti di buona parte degli Australopitecini
sudafricani vennero rinvenuti in assenza di un
qualsiasi contesto stratigrafico, nelle caverne di Swartkrans e Sterfontein,
dove sedimenti, detriti e ossa caduti attraverso buchi del tetto erano
depositati in accumuli conici disordinati.
5. In
realtà il nome di Darwin viene oggi associato a concetti che sono
stati elaborati in seguito, nella cosiddetta
"sintesi evoluzionista" degli anni '40. Ma questo sarà argomento
di un'altra trattazione.
6. Oltre
a Castenedolo e Savona, Issel ci dà notizia di un terzo uomo pliocenico
in Italia, inedito anche per Michael Cremo: riferito dal professore di
chimica G.B. Canobbio in "Saggio sulla giacitura di alcuni fossili
di Genova e suoi contorni" (1823), si tratta di un osso iliaco trovato
durante gli sbancamenti delle marne, per la costruzione dell'attuale Teatro
Carlo Felice in piazza De Ferrari.
FONTI
Si ringrazia il signor Francesco
Loni, bibliotecario della Società Savonese di Storia Patria, per
le preziose indicazioni bibliografiche.
NOTE
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